Omaggio a Frank Gerhy
- Erika Di Felice

- 2 giorni fa
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Uno degli scorsi giorni ho finalmente realizzato, dopo tanto pensare, quale è stato il momento in cui mi è tornata la passione per i profumi - e dico tornata perché sono lontani, ma ancora ben presenti, i pomeriggi in profumeria con le amiche fino all’anestesia olfattiva, i Tom Ford alla stazione di Milano prima di ripartire dal Salone del Mobile e il disorientamento di fronte al concetto di vaniglia secca del primo Serge Lutens: è stata la lettura di Lettere a Bruna, la raccolta di lettere ai limiti del delirio che Giuseppe Ungaretti ha scritto a Bruna Bianco durante gli anni del loro amore e che lei poi ha bellamente e spietatamente dato alle stampe.
Con alcune delle parole più brucianti che io abbia mai letto in un libro, che si percepiscono sempre scritte con una specie di febbre nelle dita, mentre Ungà – come si fa chiamare da lei – racconta alla Bianco i suoi viaggi, le sue amicizie, i suoi incontri, gli impegni, le cene e i pranzi, i lavori, le seccature, cercando di vivere a suo modo una quotidianità con lei, che vive dall'altra parte del mondo a San Paolo, le anticipa teneramente i regali che le manda dall’Europa, da quella Parigi dove Guerlain, Rochas ed Hermes erano «lo chic dello chic», dice lui parlando dei grands carrés che si appresta a spedirle.
E sono convinta che i regali dicano molto più di chi li fa che di chi li riceve, per questo ho molto amato poter leggere nelle lettere l'Uomo dietro al Poeta.

Il Carrè Henri de Linares di Hermes (1966), foto tratta da <www.carredeparis.me>
Da quel momento ho iniziato a studiare le stampe di Hermès, soprattutto quelle vintage, e ho riscoperto la profumeria di nicchia; non possiedo lo Shalimar che Ungaretti sceglieva per la sua donna – tra l’altro, ha subito una serie infinita di riformulazioni e nella versione originale forse non lo apprezzeremo mai – ma da allora il profumo è tornato ad essere la mia ossessione.
Poi è morto Frank Gehry e a me non è sembrato vero poter leggere la sua opera anche attraverso questa lente: lui, che ha progettato la sede della Fondazione a Parigi e disegnato la Twisted Box imprimendo una torsione ad un parallelepipedo, che ha scardinato il senso della costruzione “semplicemente” dando movimento a ciò che per natura sarebbe fisso e immobile, ha ridisegnato i flaconi della collezione Les Extraits dicendo con molta naturalezza “volevo aggiungere movimento al profumo”.

La collezione Les Extraits di Luis Vuitton, foto tratta da <www.elledecor.com>
Così modella l’iconico flacone di vetro di Marc Newson dandogli la forma di una vela, trovando nel mare il luogo di massima intimità tra lo skipper e il movimento, e lo corona con uno scultoreo tappo metallico, dalle forme accartocciate come quelle di un tessuto o di un foglio, per creare un «movimento visuale con l’interesse aggiunto dell’effimero»; quell’effimero che è il vero fascino del profumo.

La genesi del tappo scultoreo di Gehry, foto tratta da <www.elledecor.com>
E questa decostruzione è stata tradotta da Jacques Cavallier Belletrud, maestro profumiere, in sei estratti (il termine indica una formulazione con una concentrazione di oli più alti che ne aumenta la persistenza olfattiva su pelle) senza la successione di note di testa-cuore-fondo della classica piramide olfattiva, come se quel movimento plastico delle forme e delle note si elevasse ad una plasticità fuori dal tempo, monolitica ed eterna.
Come può certe volte l’amore.
22/XI/1966
(…) Sono stato tutt’oggi con Te. Sono andato con Taliani da Hermès, a scegliere alcuni fazzolettoni di seta dipinti, che sono una meraviglia, e che qui, in questo momento, sono lo chic dello chic. (…) Ti mando anche un profumo lieve, uno dei 3 o 4 migliori, Madame Rochat (…).
Ma finora non ho parlato d’amore, ma di pensierini che può avere un innamorato (…). Parlare d’amore, parlare d’amore, ma che cosa faccio io, in ogni minuto della mia vita, da quel giorno benedetto che ho avuto la fortuna d’incontrarti con quei fogli di poesia che mi porgevi aspettando “il responso”. E il responso è subito venuto, ed è di continuo uguale, ma d’intensità crescente, fino allo spasimo, fino alla demenza, se già in se stesso non fosse demenza: T’amo, t’amo, t’amo. (…)
Amore mio, canto dell’alba, e canto d’un sole tanto vigoroso e cortese, amabilissimo, che fa crescere qualche fogliolina persino su quest’albero crollante che è il Tuo
Ungà.
Stralcio di una lettera di Ungaretti tratto da Lettere a Bruna, Mondadori Libri, Roma 2017, dove erroneamente la "Madame Rochat" è "Madame Rochas".



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